Shibari: cos'è, significato e pratica
Lo shibari è una pratica che consiste nell’utilizzo delle corde per finalità artistiche, erotiche e comunicative e che in alcune realtà contemporanee viene praticato anche con finalità meditative o rituali.
Si potrebbe dedicare un intero libro alla sua storia (in questo articolo sull'origine dello Shibari trovi degli approfondimenti. Le sue radici culturali vengono spesso messe in relazione con antiche pratiche giapponesi di restrizione attraverso la corda, sviluppatesi anche durante i periodi Sengoku ed Edo. Lo shibari e il kinbaku moderni, però, non sono semplicemente la continuazione di quelle tecniche: nascono molto più tardi dall’incontro tra diversi elementi della cultura giapponese, tra cui immagini di punizione e costrizione, teatro, erotismo, fotografia e performance. Insomma è un po' una sorta di creatura chimerica che fonde insieme vari elementi della cultura Giapponese.
La pratica di solito si svolge tra due persone una lega e l’altra si lascia legare. Il modo di vivere la pratica e quindi il modo di legare e farsi legare dipende dallo scopo e dalla natura della relazione tra le persone. In chiave più tradizionale la natura è prettamente erotica e rientra nelle pratiche SM in cui costrizione, dolore, vergogna, contatto fisico si fondono tra loro. La comunicazione avviene su vari piani ma la cosa che rende particolarmente interessante la relazione è il modo con cui chi lega e chi si fa legare interagisce con la corda. In un certo senso la corda diventa un estensione fisica delle persone coinvolte. Una metafora che a me piace molto è l’immagine della corda che diventa un’estensione del corpo di chi lega e, contemporaneamente, quasi una seconda pelle per chi viene legato. Questa concezione della corda e della relazione è particolarmente presente nell’approccio allo Shibari che pratichiamo e insegniamo noi, legato al Naka-ryū diffuso in Europa da Riccardo Wilties e negli ultimi anni, soprattutto dal Maestro Kirigami e dallo Yugen Studio di Milano.

Non tutti, però, cercano questo tipo di esperienza. Con il tempo molte persone hanno preferito rimuovere alcuni elementi della pratica per renderla accessibile a un maggior numero di persone:
Alcuni praticanti riducono intenzionalmente il ruolo del dolore e della componente SM. Le legature vengono costruite per essere relativamente confortevoli e l’obiettivo non è mettere alla prova la capacità della persona legata di gestire intensità o sofferenza. Rimangono invece centrali il contatto, la sensazione della corda e la relazione tra i due corpi e l’erotismo in generale. Questo tipo di Shibari è praticato, ad esempio, da chi segue lo stile Yukimura (Vedi articolo per approfondire), tra i quali il famosissimo e apprezzato Davide La Greca e Stuartropes.

Altri invece pongono in secondo piano la parte erotica così come gli elementi SM: le legature sono comode e fatte per scelte estetiche o performative. Si cerca di avere delle linee eleganti, forme particolari, composizioni fotografiche o sospensioni che valorizzino il corpo e le sue capacità. Anche la capacità tecnica di chi lega — nel costruire, sostenere e muovere il corpo nello spazio — può diventare parte dell’esibizione.  Un esempio particolarmente interessante della dimensione artistica della corda è il celebre rigger Hajime Kinoko, il cui lavoro mostra quanto l’installazione, lo spazio, il colore e la composizione visiva possano assumere un ruolo centrale nella rope art.

Esistono poi approcci nei quali si attribuisce maggiore peso alla verbalizzazione esplicita e alla definizione preventiva dell’esperienza. In questi casi molti aspetti della pratica vengono concordati verbalmente prima e durante la sessione, riducendo il ruolo affidato all’interpretazione di sguardi, respiri, reazioni fisiche e altri segnali non verbali, che possono essere più facilmente fraintesi soprattutto tra persone che si conoscono poco. L’obiettivo è cercare di limitare le possibilità di equivoco e creare una struttura percepita come maggiormente prevedibile e accessibile. La comunicazione non verbale non scompare necessariamente, ma viene affiancata da una maggiore esplicitazione verbale delle intenzioni, dei limiti e di ciò che sta accadendo.
In questi approcci la corda può assumere anche una dimensione meditativa o rituale, così come può mantenere una componente erotica quando questa fa parte dell’esperienza concordata. La persona che lega può diventare quasi lo strumento attraverso cui l’altra vive l’esperienza della costrizione, del rilassamento, della pressione delle corde e, nelle sospensioni, della sensazione di essere sostenuta nello spazio.

Infine esiste il self-tie, nel quale una persona lega e talvolta sospende se stessa. Anche in questo caso gli obiettivi possono essere molto diversi: ricerca estetica, performance, studio tecnico, esplorazione personale o meditazione. Il self-tie in sospensione presenta però una difficoltà particolare: in caso di problema non esiste necessariamente una seconda persona in grado di intervenire immediatamente. Per questo richiede competenze tecniche, consapevolezza dei propri limiti e una gestione del rischio particolarmente attenta. Questo approccio è seguito ad esempio da Amanita

Parlare quindi dello shibari come se fosse una pratica unica è riduttivo. La stessa corda può essere usata per creare erotismo, dolore, bellezza, comunicazione, vulnerabilità, movimento, introspezione o spettacolo. E spesso queste dimensioni non sono separate nettamente: si sovrappongono, cambiano nel tempo e possono essere vissute in maniera diversa persino dalle stesse persone. Forse è proprio questa pluralità a rendere la corda uno strumento così interessante: tecnicamente semplice, ma capace di creare esperienze profondamente differenti a seconda di chi la prende in mano e di chi decide di affidarle il proprio corpo.
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