L’inizio di una sessione è sempre un momento carico di incertezza, sia per chi lega sia per chi viene legato. Non si sa mai con esattezza cosa il legatore vorrà fare: magari ha già immaginato la sessione in anticipo, con pose precise in mente, oppure si lascerà guidare dal momento, improvvisando in base alle reazioni dell* modell*.
E quale sarà il suo umore? Sarà dolce e romantico, oppure freddo e distaccato? Manterrà una forte vicinanza e un intenso contatto fisico, o legherà come se stesse lavorando su un oggetto, con un atteggiamento distante e impersonale? Vorrà valorizzare la mia bellezza e il mio corpo, oppure umiliarmi e degradarmi? Vorrà farmi sentire comod* e rilassat*, o mi legherà in modo scomodo e doloroso? Queste sono solo alcune delle molte domande che una persona che viene legata si pone poco prima dell’inizio di una sessione, e spesso anche durante.
E quale sarà il suo umore? Sarà dolce e romantico, oppure freddo e distaccato? Manterrà una forte vicinanza e un intenso contatto fisico, o legherà come se stesse lavorando su un oggetto, con un atteggiamento distante e impersonale? Vorrà valorizzare la mia bellezza e il mio corpo, oppure umiliarmi e degradarmi? Vorrà farmi sentire comod* e rilassat*, o mi legherà in modo scomodo e doloroso? Queste sono solo alcune delle molte domande che una persona che viene legata si pone poco prima dell’inizio di una sessione, e spesso anche durante.
Non è detto, infatti, che il legatore abbia un’unica intenzione ben definita: spesso modalità e obiettivi cambiano man mano che la sessione si sviluppa.
In base alla scuola di riferimento e allo stile del rigger, soprattutto se lo si conosce, ci si può fare un’idea di ciò che potrebbe accadere.
Quasi sempre vengono concordati limiti e condizioni, ma talvolta si preferisce assaporare il brivido di un vero e proprio salto nel buio, accettando qualsiasi cosa il legatore desideri offrire o far provare.
Chi lega, d’altro canto, non è affatto privo di dubbi e incertezze. Si interroga sulla personalità di chi verrà legata: preferirà una corda dolce o sadica? Un contatto fisico intenso e prolungato, oppure lo detesterà, desiderando invece essere lasciata legata e abbandonata a se stessa per un po'? Vorrà essere umiliata e oggettificata, o valorizzata e apprezzata?
Il legatore si chiede anche se sarà sufficientemente abile da creare una sessione soddisfacente per sé e per l’altra persona. Alcune modell* desiderano pose complesse, in cui il corpo assume forme dure e sfidanti, alla ricerca di sensazioni fisiche nuove e del limite della propria resistenza; altre, al contrario, preferiscono sessioni più semplici, con posizioni già conosciute e condizioni di cui si fidano.
Il legatore si chiede anche se sarà sufficientemente abile da creare una sessione soddisfacente per sé e per l’altra persona. Alcune modell* desiderano pose complesse, in cui il corpo assume forme dure e sfidanti, alla ricerca di sensazioni fisiche nuove e del limite della propria resistenza; altre, al contrario, preferiscono sessioni più semplici, con posizioni già conosciute e condizioni di cui si fidano.
Comunicare in anticipo desideri e capacità aumenta certamente la probabilità di vivere una sessione in linea con le aspettative, ma non la garantisce. A volte, troppe aspettative verso l’altro generano ansia o delusione, complici le difficoltà tecniche della corda o condizioni psicologiche poco favorevoli. Inoltre, comunicare in modo eccessivamente dettagliato ciò che accadrà può far perdere parte della magia legata all’incertezza: lo stupore, la paura dell’ignoto, la scoperta di qualcosa di nuovo su di sé o sull’altro. Sul piano visivo, si vedono due persone: una che aspetta e l’altra che attende il momento giusto per agire. Talvolta si scambiano sguardi intensi, altre volte si cercano attraverso contatti fisici forti o delicati, oppure quasi assenti.
Chi assiste alle sessione di kinbaku, spesso non coglie che il legatore cerca di sincronizzare il proprio respiro con quello della persona che verrà legata, per trovare un ritmo nei movimenti e nelle intenzioni il più possibile compatibili, anche se questo viene considerato da molti un aspetto importante per una sessione soddisfacente.
Durante la sessione, talvolta il legatore verbalizza pensieri e intenzioni, cercando di spaventare o rassicurare, umiliare o valorizzare, a seconda degli obiettivi. Altre volte, invece, comunica senza parole, attraverso il respiro o suoni: respiri lenti e profondi, rapidi e secchi, vocalizzi appena accennati o bisbigli, in sincronia con i movimenti del corpo e, soprattutto, della corda.
Anche chi viene legato comunica a modo suo, principalmente attraverso lo sguardo e micro-movimenti del corpo, spesso quasi impercettibili. Respiri e suoni trasmettono ansia, paura, eccitazione, tristezza o rabbia. È sorprendente quanto una sessione di kinbaku riesca a far emergere emozioni intense e spesso imprevedibili. Chi non conosce la pratica tende a osservare il volto dell* modell* per capire cosa stia provando. In realtà, molte informazioni arrivano dai piedi: il volto può apparire pallido, spento, con lo sguardo assente, dando l’impressione che la persona stia male, quando invece questa può essere entrat* in subspace, uno stato di trance in cui la mente si distacca parzialmente dal corpo. Un legatore esperto lo comprende osservando le contrazioni e distensioni delle dita dei piedi, l’apertura delle mani, la respirazione e i suoni emessi, segnali fondamentali di sicurezza e presenza.
Il vero inizio della sessione avviene nel momento in cui il legatore afferra una mano della modell*. In una sessione di bondage che si rispetti, il controllo delle mani ha la priorità: solitamente vengono legate dietro la schiena, e questo aspetto verrà approfondito più avanti.
I modi e il ritmo con cui la persona viene posizionata variano a seconda delle scelte del legatore, ma nel giro di pochi minuti – talvolta anche meno di due – le mani vengono legate con almeno due corde in TK. In alcune esibizioni, invece, il legatore sceglie di soffermarsi a lungo sulla prima corda e sul corpo della modella, creando sessioni intime di hichinawa: bondage con un’unica corda che diventa un’estensione del corpo del legatore, usata per accarezzare e stuzzicare.
I modi e il ritmo con cui la persona viene posizionata variano a seconda delle scelte del legatore, ma nel giro di pochi minuti – talvolta anche meno di due – le mani vengono legate con almeno due corde in TK. In alcune esibizioni, invece, il legatore sceglie di soffermarsi a lungo sulla prima corda e sul corpo della modella, creando sessioni intime di hichinawa: bondage con un’unica corda che diventa un’estensione del corpo del legatore, usata per accarezzare e stuzzicare.
Dopo i primi minuti, tutto diventa imprevedibile, sia per gli spettatori sia per i protagonisti, a meno che la sessione non sia stata preparata nei minimi dettagli. Entrano in gioco così tanti elementi che ogni esibizione diventa unica, anche se realizzata dalle stesse persone.
L’umore del legatore può portarlo a indugiare su una posa o a essere più rapido e indulgente; la modella può eccitarsi, piangere, soffrire, muoversi in modo frenetico o restare calma e rilassata. Tutto diventa possibile, anche partendo da una posa standard.
Dopo circa 20–30 minuti, il legatore inizia solitamente a riportare la modella a terra, in un processo graduale che può durare anche metà dell’esibizione. La sessione si conclude spesso con un abbraccio, sguardi di intesa, sorrisi e respiri profondi, come a dire: “È finita, sei stata brav*; ora possiamo rilassarci”.
Chiarimenti tecnici
Una delle pose più comuni nelle esibizioni è la cosiddetta “sirenetta”, in cui la modella è quasi completamente a testa in giù, con le gambe unite e il corpo che crea una torsione a forma di S o Z. È una posa versatile, relativamente comoda e visivamente elegante, che permette molte varianti in contesti sicuri.
Le esibizioni che non includono la sirenetta portano spesso, a un certo punto, a pose a gambe aperte, più esplicite ed erotiche, che per parte del pubblico possono risultare eccessive. In ogni caso, è necessaria una grande capacità ed esperienza per realizzare anche una legatura base in modo sicuro e controllato, giacché anche solo una tensione o un nodo mal posto o mal serrato può portare a gravi conseguenze.
Le esibizioni che non includono la sirenetta portano spesso, a un certo punto, a pose a gambe aperte, più esplicite ed erotiche, che per parte del pubblico possono risultare eccessive. In ogni caso, è necessaria una grande capacità ed esperienza per realizzare anche una legatura base in modo sicuro e controllato, giacché anche solo una tensione o un nodo mal posto o mal serrato può portare a gravi conseguenze.
Tornando all’argomento mani e al fatto che, a mio giudizio, sono la prima cosa su cui un legatore dovrebbe concentrarsi è perché le mani sono la parte del corpo più importante per la percezione di sicurezza: servono per nutrirsi, difendersi, attaccare. La loro immobilizzazione, soprattutto dietro la schiena, genera una sensazione istintiva di vulnerabilità totale. In questa posizione non si possono usare nemmeno gomiti o le spalle per proteggersi.
Talvolta il legatore sceglie anche di bendare gli occhi o la bocca per intensificare questa condizione. Chi si fa legare accetta consapevolmente il controllo del proprio corpo e non oppone resistenza. Comunica il proprio stato d’animo con lo sguardo e la voce, lasciando al legatore il compito di posizionare correttamente il corpo per una legatura sicura e stabile. La legatura iniziale, come il TK o l’arm binder, è la più importante, perché deve durare l’intera sessione ed è quella che presenta il maggior rischio per i nervi delle braccia e per questo motivo chi si fa legare non può e non deve opporre resistenza fisica durante la legatura delle braccia per non complicare ulteriormente il già difficile compito iniziale del legatore.
Talvolta il legatore sceglie anche di bendare gli occhi o la bocca per intensificare questa condizione. Chi si fa legare accetta consapevolmente il controllo del proprio corpo e non oppone resistenza. Comunica il proprio stato d’animo con lo sguardo e la voce, lasciando al legatore il compito di posizionare correttamente il corpo per una legatura sicura e stabile. La legatura iniziale, come il TK o l’arm binder, è la più importante, perché deve durare l’intera sessione ed è quella che presenta il maggior rischio per i nervi delle braccia e per questo motivo chi si fa legare non può e non deve opporre resistenza fisica durante la legatura delle braccia per non complicare ulteriormente il già difficile compito iniziale del legatore.
Ci tengo a precisare che i protagonisti dello shibari cercano sempre di raccontare una storia. Alcuni iniziano con una narrazione più cruda, altri con un rituale cerimoniale, altri ancora con una sorta di danza del controllo. Tutto è costruito in modo consapevole. Non c’è violenza quando non c’è costrizione reale: spesso chi viene legata desidera sentirsi sottomessa o umiliata, così come chi lega desidera vivere l’esperienza del controllo, per puro piacere reciproco.
I desideri umani possono essere oscuri e complessi, ma imparare a riconoscerli e canalizzarli è parte della convivenza civile. Uno dei più grandi maestri di shibari al mondo, Naka Akira, paragona una sessione di corde allo scalare insieme una montagna impervia. Affrontare fatica, difficoltà e vulnerabilità insieme crea un legame profondo. Questo è, per molte persone, lo spirito dello shibari: un’esperienza intensa che unisce due individui, pur nella sua asimmetria, attraverso un percorso condiviso.
I desideri umani possono essere oscuri e complessi, ma imparare a riconoscerli e canalizzarli è parte della convivenza civile. Uno dei più grandi maestri di shibari al mondo, Naka Akira, paragona una sessione di corde allo scalare insieme una montagna impervia. Affrontare fatica, difficoltà e vulnerabilità insieme crea un legame profondo. Questo è, per molte persone, lo spirito dello shibari: un’esperienza intensa che unisce due individui, pur nella sua asimmetria, attraverso un percorso condiviso.